
Nel 2014 mio padre scopre di avere un tumore.
Tre mesi dopo muore.
Aveva 52 anni.
Io ne avevo 29.
In quei mesi ho capito una cosa che non avrei voluto imparare così presto: il tempo è prezioso e non possiamo permetterci di sprecarlo vivendo una vita che non ci appartiene.
Lavoravo in una grande azienda. Avevo un contratto a tempo indeterminato, uno stipendio sicuro e tutte quelle certezze che sulla carta dovrebbero bastare.
Ma non bastavano.
Dentro di me sentivo da anni il richiamo di qualcosa che avevo lasciato in sospeso: la naturopatia.
L'avevo incontrata per la prima volta a 18 anni e da allora non mi aveva mai davvero lasciata.
Ho sempre avuto la sensazione che il corpo possedesse una sua intelligenza profonda. Che i sintomi non fossero errori da eliminare, ma messaggi da ascoltare. Che dietro ogni disagio ci fosse qualcosa che chiedeva attenzione.
Per molto tempo quella parte di me è rimasta in attesa.
Poi, nel 2019, durante un percorso di psicoterapia, ho finalmente pronunciato ad alta voce ciò che sapevo da anni.
Mi mancava un pezzo.
Quel pezzo aveva un nome preciso: naturopatia.
Quella stessa sera l'ho detto al mio compagno e a mia madre. Non ho fatto calcoli. Non ho valutato pro e contro. Dentro di me era già deciso.
Mi sono iscritta alla scuola. Sei anni di studio intensi, una famiglia, un figlio piccolo e una vita già piena.
Non è stata una scelta coraggiosa.
È stata una scelta inevitabile.
Come lavoro
Oggi accompagno donne che sentono di essersi allontanate da sé stesse.
Donne che spesso arrivano perché c'è un sintomo, una stanchezza che non passa, una fase della vita che le sta mettendo alla prova.
Ma quasi sempre scopriamo che la questione è più profonda.
Per anni ci siamo abituate a ignorare i segnali del corpo.
A rimandare.
A mettere tutti gli altri davanti.
Finché qualcosa inizia a chiedere attenzione.
Nel mio lavoro utilizzo la consulenza naturopatica, la riflessologia plantare e auricolare e i fiori di Bach.
Ma gli strumenti, da soli, non bastano.
Quello che porto davvero è uno spazio di ascolto, presenza e consapevolezza.
Non credo che qualcuno possa guarire un'altra persona.
Credo però che si possa accompagnarla a ritrovare le risorse che possiede già.
Mi piace dire che sono un enzima: non faccio il lavoro al posto tuo, ma posso facilitare un processo che appartiene a te.
Perché, in fondo, credo profondamente che non siamo qui per soffrire.
Non siamo qui per sopravvivere.
Non siamo qui per passare la vita ad adattarci a qualcosa che ci spegne, ad accontentarci o a vivere la vita che qualcun altro ha immaginato per noi.
Credo che siamo qui per conoscerci davvero.
Per scoprire chi siamo.
Per riconoscere i nostri talenti e metterli a servizio del mondo nel modo che ci appartiene.
Credo che siamo qui per fare esperienza della vita, per godercela, per sentirci vive.
E credo che il corpo, molto spesso, inizi a parlare proprio quando ci stiamo allontanando troppo da questa direzione.
Perché faccio questo lavoro
Perché conosco la sensazione di sentirsi scollegate da sé stesse.
Perché so cosa significa continuare a funzionare mentre qualcosa dentro chiede di essere ascoltato.
Perché anche io, per anni, ho rimandato una parte importante di me.
E perché ho scoperto che quando smettiamo di ignorarci e iniziamo ad ascoltarci davvero, qualcosa cambia.
Non sempre nel modo più semplice.
Non sempre nel modo più veloce.
Ma nel modo più autentico.
Ho visto persone ritrovare energia, lucidità, fiducia e direzione non perché qualcuno le abbia aggiustate, ma perché hanno ricominciato ad ascoltarsi.
E ho visto, nella mia vita e in quella delle persone che accompagno, che è possibile tornare a sé.
Per davvero.
